Eugenio Prati

Ritratto di Eugenio PratiUn grande personaggio, il più vicino a noi cronologicamente, e forse il più lontano per conoscenza è Eugenio Prati. Dimenticato per decenni, rivalutato in occasioni di mostre o ricorrenze, egli giace, pur tuttavia, pressoché ignoto al pubblico veronese delle nostre generazioni. Nato a Cerro nel 1889 e colà vissuto per qualche anno della sua fanciullezza, Prati scese a Verona dove fu allievo dell'Accademia Cignaroli e frequentò due scuole d'arte applicata all'industria (disegno, 1907 e plastica, 1910). Una Verona inizio'900, con quel sapore culturale fin de siècle e con le istanze pretese alle incipienti novità che avrebbero sconvolto le scuole artistiche tradizionali.

Era un ragazzone dolce e allampanato, con il fare distratto e avaro di sorrisi, dal volto pallido e apparentemente rassegnato; figlio di montanari e dall'aria rustica, con le facce dei suoi conterranei perpetuamente legate alla sua fantasia; figure rudimentali, dall'occhio vitreo, dagli ovali spropositati ov'era possibile individuare la sofferenza era questo il Prati giovanile, un uomo dedito alla scultura, alla creazione silenziosa che si cimentava con il gesso e con la creta scolpendo brutti e sgraziati personaggi dalla realtà paradossale.

Ma la sua vita, nemmeno bohémienne, si svolgeva ritirata; appartato in luoghi non facilmente accessibili, passava giorni e giorni a rimeditare l'affiato operoso della vita cui dava, poi, stravolgenti indizi e metaforiche forme. In un apprendistato senza contraccolpi che lo portò a una personale capacità creativa coadiuvato da una straordinaria caparbietà di rimodellare, in silenzio, senza palesi rincorse a scuole o miti, le sue figure, egli si cimentò anche nella pittura, col lapis e le matite colorate, imprimendo sulle tele un repertorio dai contorni grezzi, secondo raffigurazioni arcaiche, quasi rudimentali. Anticipava, così, un esilio intellettuale che coltivò per tutta la vita, quasi selvaticamente occludendosi al gusto ridanciano e sempre alla moda. Ma la deformazione degli uomini divenne ben presto lirica, secondo ritmi interiori imperscrutabili, quasi astratti nella dimensione anatomica esorcizzata dalla drastica realtà. Il Prati artista era già lì: in quei suoi silenzi, in quei suoi scomposti capelli che rievocavano figure quasi oniriche, ma anche nei suoi grandi, dolenti personaggi adombrati dalla miseria e, spesso, dal paradosso.

S'affacchinava di lena tra creta e gesso, in un avvolto disoccupato di vecchio chiostro ai margini della città, S. Bernardino. Prati era lì, solitario artista fra due solitari mondi passati; quando Fiumi, che ne era il mentore, calava con gli altri artisti e letterati (Zamboni, Zampieri, Bonuzzi, Casarini, Centorbi e altri) allora si ravvivava quel geniale, col volto fracescanamente felice e divideva la cena frugale discorrendo d'arte sino a notte fonda. Ricavava figure ove evocava realtà inespresse, muti colloqui, angosciosi smarrimenti e tragiche umanità. Sono gli anni delle sue opere più celebri: Amplesso bifolco, Noviziato, Bevitore di latte che piacque così tanto a Massimo Bontempelli da ricordarlo per molto tempo, Villano che s'inurba, Ritratto di Fiumi, La germinazione e moltissime altre. Sculture macrocefale, dipinti a bistro dal volto sgraziato, coppie di forza bruta che, rozzamente, s'incollano a baciarsi in un amplesso terroso di zolle, ma prepotente e sicuro. Nessun esteriorismo nelle sue opere è rintracciabile; scarno, persino glabro nella crudezza dell'immagine, Prati non s'attarda a edulcorare i suoi soggetti. Anche negli oli non v'è poesia aggraziata, è inutile ricercarvi la linea morbida; donne, bimbi e uomini sono accomunati da un uguale sentire patetico ove campeggiano, sempre, due grandi irresistibili occhi dolenti o vi dominano figure strappate dal mondo dei miseri, immensi e corpulenti personaggi. Era anche misantropo il Prati e patì, senz'altro, il suo carattere eccessivamente schivo; ma la notorietà l'avvolse, certo inconsciamente, perché partecipò a mostre (seppure spinto dagli amici) e fu considerato personaggio di spicco nell'avanguardia artistica degli anni venti. Nell'Antologia della Diana pubblicata nel 1918 dall'omonima rivista napoletana che godeva di notevole prestigio e diffusione, egli apparve con altri veronesi quali Guglielmo Bonuzzi, Lionello Fiumi e Bruno Vignola ed in compagnia di uomini di tutto rispetto tra i quali, giusto per citarne qualcuno, si ricordano Ungaretti, Vigolo, Villaroel, De Pisis, Saba, Savinio e altri. Ne parlavano pure i critici del tempo dedicando a Prati un'attenzione sicura e non occasionale .

La sofferenza bruta della carne, il sarcasmo, lo strazio, la fatica, l'allucinazione, l'idiozia sono elementi primordiali nella vita dell'uomo; il Prati artista li ha esemplificati attraverso figurazioni quasi sinallagmatiche; a volte stravolgendo l'affetto statico con le forme cubo-futuriste, con traslitterazioni d'avanguardia. Non fu disgiunto dalla moda del tempo, conobbe gli stili imperanti, ma non si fossilizzò.

Lavorava con tutto: creta, gesso, per le sculture; bistro, carbone, olio, acquarello, gouaches per i dipinti. Ma l'uomo, (forse poco gratificato economicamente?), faceva lo scalpellino per mantenere la famiglia; eppure, celebrato da riviste e da critici competenti, Prati non avrebbe dovuto fallire il suo cammino artistico. Aveva il coraggio, questo sì, di non mendicare in un ambiente che si prestava; ne ebbe tanto di coraggio, scrisse il suo grande amico Fiumi, di sterparsi, un giorno, dal chiostro di S. Bernardino, dar le vele ai venti, per fare pelle nuova in eldorado ignoto. Se ne andò in Brasile, nel 1926, per non fare più ritorno a casa se non per sporadiche giornate.

Uscì dal mondo artistico veronese e itafiano e si cancellò, quasi, la sua memoria. Un autoritratto, assai bello, del 1928, ce lo presenta aitante, dallo sguardo vivo e dal volto serio: è, forse, l'emblema del resto della sua vita a San Paolo ove dipinse, scolpì, fu celebrato, divenne ricco e lasciò, nonagenario, un ricordo non cancellabile. Ammorbidì, in seguito, quelle sue figure dai gangli malati; restarono i grandi occhi ma gli squarci espressivi del dolore continuo sembrarono scemare, a volte, in languide figure ove la pena era come una coltre di rassegnata accettazione; dipinse gruppi familiari quasi surreali con quelle maschere dechirichianamente stralunate; fasciò di sentimenti le lacrime dei diseredati delle favelas dilatandone smisuratamente le membra e asessuando, appunto perché privilegiava il paradosso, i corpi nudi dei suoi soggetti. Ebbe riconoscimenti, entrò nel Museo d'Arte Contemporanea dell'Università di San Paolo, abbracciò correnti avanguardistiche che in America Latina presero connotati assai più ampi di quelli originari, ma non dimenticò, per questo, la sua matrice futurista. Ancora nel 1974 scriveva il direttore del Museo ove alcune opere sue erano state accolte:

Agrupamos desenhos da época futurista - são composiçoes que o situam dentro de uma visão cubo-futurista da espaço. Os demais, de fases subseqüentes, revelem su imaginária especifica, longamente cultivada, entre surrealismo e expressionismo, que se abeira sem tocar a caricatura.

Di Dolfo Wildt raccolse il segno dell'ultimo periodo di scultore e lo rimodellò nelle sue stralunate e deformate figure; di Arturo Martini, con cui in amicizia per lunghi anni, capì la grande intuizione della forma dinamica, dal futurismo boccioniano trasse materia per le sue donne.

In Brasile non abbandonò il suo vecchio amore, anzi lo rafforzò così tanto da essere considerato soprattutto per quell'attività che gli dette, forse anche gloria seppur effimera, ma grande lustro economico: quella dell'arte funeraria di cui fu maestro. In un campo, spesso banalizzato dall'evento e dalla committenza, Prati rivestì d'originalità, magari grottesca ed eloquentissima, la pace eterna di coloro la cui guida erano ormai Il cielo senza stelle / i fiori senza sole gli sguardi con pupille spente.

Morí, a San Paolo del Brasile, al volgere del 1979. Di lui giace oggi, pressoché ignota, grande parte della sua produzione.

La domenica del 5 marzo 1899 recatosi a Bovolone (Verona) per la predica quaresimale, venne colto da una violenta crisi cardiaca e morì.

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